Review: Crystal Voyager (1972)


 


Regia: David Elfick, George Greenough
Produzione: David Elfick
Lingua: Inglese
Durata: 75'
Genere: film/documentario
Supporto: DVD, Umbrella Enterntaiment (2003, rimasterizzato con audio Dolby Digital 5.1)
Anno:1972
George Greenough è uno dei pochi personaggi che popolano la storia del surf ad aver raggiunto la fama internazionale non tanto per le sue prestazioni in acqua, ma per le numerosissime idee innovative che ci ha lasciato in eredità. Pioniere delle prime forme della fotografia acquatica e inventore a tempo pieno, George è passato alla storia per il suo contributo innovativo al design delle tavole e delle pinne, spesso così precursore da non riscuotere molto successo ai suoi tempi: sue sono le dime delle Greenough fins (la "Stage IV" e la "Stage VI" tanto per citare le più famose), quelle pinne che grazie alla superficie ridotta hanno rivoluzionato il modo di surfare spingendo la manovrabilità delle tavole verso limiti mai provati fino ad allora; sua invenzione è la knee-board, una tavola a metà strada fra il bodybord e la surfboard, dove si surfa in ginocchio; suoi sono i primi contributi filmati in soggettiva di scene di surf. Metà film metà documentario, Crystal Voyager è tutto questo, e ancora di più.

Diretta in parte da David Elfick e in parte da Greenough la pellicola (in 35mm) immortala le avventure di tre amici (Greenough stesso, Nat Young e Richie West) alle prese con le onde della California del Sud nei primi anni '70. Nonostante questo, Crystal Voyager non è un film, ne tanto meno un video di surf: i minuti con le scene di azione sono infatti pochi. Il film (è riduttivo ma devo comunque chiamarlo in qualche maniera!) è virtualmente diviso in due parti, nettamente differenti per stile, contenuto e significato. Nella prima, la voce narrante fuori campo di George e le belle musiche di G. Wayne Thomas (co-autore anche della colonna sonora di "Morning of the Earth") ci accompagnano in una ipnotica alternanza di scene di surf e di riprese di Greenough alle prese con la costruzione di una misteriosa barca a vela. Solo in seguito gli spettatori ne scopriranno lo scopo. Di alto valore storico e culturale sono le riprese di George mentre surfa, con straordinaria sicurezza ed abilità, con la sua knee-board e con i materassini ad aria (precursori delle moderne surfboards, soprattutto in Australia). Indiscusso è il talento di un Nat Young in piena "shortboard revolution". Ma è nella seconda metà della pellicola che Crystal Voyager improvvisamente e con estremo stupore dello spettatore prende bruscamente un'altra piega, totalmente slegata dalla prima parte. Le riprese dei tre amici e la voce fuori campo lasciano spazio a una delirante e allucinatamente ipnotica serie di sequenze in soggettiva di tubi e corse dentro la "green room" realizzate per la prima volta nella storia da Greenough stesso, camera in spalla. Magnifica ed emozionante, questa parte, "Echoes", è stata curata direttamente da George sia come regista che come direttore della fotografia. Il risultato di questa impressionante sperimentazione visiva sono 23 minuti di pellicola di rara bellezza che sono stati da alcuni paragonati alla famosa opera cinematografica "Kayaanisqatsi" del visionario Godfrey Reggio.
Indubbiamente il paragone è calzante anche se a mio personalissimo avviso la potenza visiva delle immagini di "Echoes" raggiungono un livello sublime difficile da eguagliare. La colonna sonora, magistralmente interpretata dai Pink Floyd, completa in capolavoro e contribuisce a donare alle immagini una suggestività come difficilmente mi è capitato di vedere.

E' vero, Crystal Voyager non è un film, non è un video, non è nemmeno un documentario. E' una esperienza visiva.
(mamat)

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